domenica 11 gennaio 2015

L'Islam, il libro blasfemo e l'uomo perduto



NAPOLI - DOMENICA 11 GENNAIO 2015.  Dopo le stragi di Parigi, Elena Donazzan, l’assessore regionale veneto all’istruzione, scrive ai dirigenti una circolare, perché nelle scuole si parli di ciò che è successo. Ma sottolinea che, a dover condannare l’episodio, debbano essere soprattutto gli islamici, “perché se hanno deciso di venire a vivere in Europa, in Italia, in Veneto devono sapere che sono accolti in una civiltà con principi e valori, regole e consuetudini a cui devono adeguarsi”. “Se non si può dire che non tutti gli islamici sono terroristi, - si legge nella circolare - è evidente che tutti i terroristi sono islamici e che molta violenza viene giustificata in nome di una appartenenza religiosa e culturale ben precisa”.


Allora il problema è la religione professata? Il problema è l'Islam? Se così fosse, allora, mai come in questo caso sarebbe legittimo dare l’avvio ad una persecuzione su scala globale, poiché non c'è guerra più giusta di una guerra per la libertà, contro i totalitarismi, i nazismi e tutti gli "ismi" anche se di matrice religiosa, che minacciano la libertà, dimensione fondamentale dell'uomo, senza la quale l'uomo non può dirsi tale. 
Noi occidentali abbiamo migliaia di testate atomiche: che aspettiamo?

 “Io sono Charlie Hebdo”. È lo slogan che la stragrande maggioranza del mondo occidentale ha scritto e in qualche modo manifestato dopo gli episodi parigini a cui tutti abbiamo assistito tramite i mass media. “Io non sono Charlie Hebdo”, ha scritto qualcun’altro, facendo dei distinguo, e sottolineando la violenza della satira blasfema della rivista. “Si però se la sono cercata”, ha affermato ancora qualcun altro in qualche intervista, come se fare stragi fosse una risposta a un’offesa da mettere in conto, da considerare nell’ordine naturale delle cose, “perché quelle vignette dissacranti rappresentano un vilipendio di ciò che per noi è più sacro”.

Ringraziando Iddio possiamo ancora parlarne, perché abbiamo ancora dei margini entro i quali esercitare piccole libertà, e ad onta del fatto che molte di quelle vignette possano essere considerate blasfeme in merito alla mia fede cattolica, di fatto tutto ciò non mi ha mai fatto saltare dalla sedia, perché il mio Dio non ha bisogno della mia difesa d'ufficio. Credo che avrebbe, se volesse, tutta la capacità di farlo da solo. Né quelle vignette, in qualche modo, potrebbero sminuire la sua gloria, perché questa non verrebbe né sminuita, né accresciuta dalla intensità e dalla forza del mio impegno personale, quantunque io mi affannassi e mi dessi da fare.

A meno che non si ci sia una precisa volontà di imporre una fede attraverso la paura, cercando di fare proseliti a tutti i costi, nella convinzione disumana che la forza del mio Dio possa essere accresciuta o diminuita dal numero dei suoi fedeli.

Ricordo che una riflessione del genere è stata già affrontata da Umberto Eco ne “Il Nome della Rosa”, in un dialogo che l’autore mette in bocca a Guglielmo e a Jorge.

Siamo al settimo giorno. Guglielmo e Adso riescono finalmente a penetrare nel finis Africae, quella parte della biblioteca che custodiva libri proibiti, compreso quel secondo libro della Poetica di Aristotele dedicato alla commedia e al riso. Un Charlie Hebdo dell’antichità, insomma, che ovviamente non è arrivato fino a noi, perché dissacrante e blasfemo, e punito dai "copisti" medievali con la condanna a morte dell'oblio eterno. Qui, Guglielmo, in compagnia del suo discepolo, incontra il vecchio Jorge, seduto immobile nel buio, in attesa del loro arrivo. Il brano che segue è una parte del dialogo svoltosi tra Guglielmo e Jorge.

 Jorge: “Disse un filosofo greco (…) che si deve smantellare la serietà degli avversari con il riso, e il riso avversare con la serietà. La prudenza dei nostri padri ha fatto la sua scelta: se il riso è il diletto della plebe, la licenza della plebe venga tenuta a freno e umiliata, e intimorita con la severità (…). Il riso distoglie, per alcuni istanti, il villano dalla paura. Ma la legge si impone attraverso la paura, il cui nome vero è 'timor di Dio'. E da questo libro potrebbe partire la scintilla luciferina che appiccherebbe al mondo intero un nuovo incendio: e il riso si disegnerebbe come l’arte nuova, ignota persino a Prometeo, per annullare la paura”.

“Tu sei il diavolo” gli rispose Guglielmo. Jorge parve non capire (…). “Io?” disse. “Sì, ti hanno mentito. Il diavolo non è il principe della materia, il diavolo è l’arroganza dello spirito, la fede senza sorriso, la verità che non viene mai presa dal dubbio”.


Lo credo anch’io. Il pensiero di Guglielmo è anche il mio. Credo che il diavolo non sappia ridere di sé, si offende per un nonnulla, non ha il senso dello humor, brama sempre di essere ciò che non è, e per questo si macera nell’invidia, e desidera strade veloci per possedere ciò che in qualche modo possa cambiare quella “storia ingiusta” che lui crede di stare vivendo perché … lui … non la merita, lui.

La questione, allora, non è relativa all’Islam, al fondamentalismo o al fanatismo in sé. Se stiamo assistendo a ciò che stiamo assistendo, significa che, indipendentemente dalla loro fede religiosa, ci sono nel mondo degli uomini che non sono completamente tali, poiché non sono stati formati all’umanità. Uomo non si nasce: uomo si diventa. Per combattere la dissacrazione dell’umanità, il terrorismo, la barbarie della negazione dell’uomo, c’è bisogno, allora, di una guerra globale, come dicevo all’inizio, ma senza utilizzare testate atomiche; c'è bisogno di una terza guerra mondiale, questa volta finalizzata a umanizzare l’uomo, e di un esercito internazionale di maestri.

Una vera e propria rivoluzione antropologica, una novella crociata, non per istruire gli uomini di questo pianeta, ma per umanizzarli, per formarli all’umanità.

La giustizia si costruisce quando a farlo ci sono Uomini. E se nei nostri paesi esiste ancora una “scuola” che pretende di insegnare, di sparare nozioni da mandare a memoria, di mettere voti e di selezionare, trascurando la radice, il fuoco della sua mission, che è quella di “formare” un uomo “uomo”, il nostro inevitabile futuro sarà l’apocalisse. “La Scuola Bocciata” diventa la chiave della disfatta dell’uomo, e ciò che succede non è nient’altro che il corollario di quanto stiamo vivendo. La “Promozione” dell'umanità dell’uomo, al contrario, è il grimaldello per la sua riscossa, la speranza di cambiamento.

Rendersene conto è già rivoluzione. Incominciamo dall’Italia, con un gesto simbolico, magari cambiando solo il nome al “Ministrero dell’Istruzione” con “Ministero della Formazione e/o Promozione dell’Uomo”. Sembra che questo nuovo nome possa manifestare con maggiore chiarezza questa nuova consapevolezza.

Tuttavia una guerra per umanizzare l’uomo non fa comodo a nessuno, perché sette miliardi di uomini … uomini, segnerebbero la fine delle ingiustizie, dei privilegi, dei potentati delle multinazionali, della ingiusta divisione delle ricchezze, della ipocrisia planetaria della epidemia di cancro, della religione vissuta senza coscienza critica, e chi più ne ha più ne metta. Altro che guerra, altro che rivoluzione!
Tommaso Travaglino


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